lunedì 27 maggio 2013

Milonga: Biko

Serata in crescita.
Arrivato stanco e frastornato ho pian pianino ritrovato gusto e ballo.
Iniziato con Elisabetta bionda, ballato con molte signore nuove, con Ilaria (bene) e terminato con Elisabetta mora (fantastico!)
Ho addirittura fatto più tardi del solito.
Meraviglia

sabato 18 maggio 2013

Cinema: Effetti Collaterali



Emily Taylor è una giovane donna, esaurita dalla depressione. Ora che il marito Martin è finalmente fuori di prigione, dovrebbe lasciarsi il buio alle spalle ma il suo stato emotivo peggiora invece ulteriormente, fino a spingerla sull'orlo del suicidio. Inizia così il rapporto con il dottor Banks, psichiatra di successo, con le pillole e i loro effetti collaterali, blackout compresi. Un giorno, Martin viene trovato esanime in casa, pugnalato a morte. Le tracce conducono alla moglie ma lei non ricorda nulla.
Più passa il tempo e s'impilano i suoi film, nella memoria e nella storia del cinema, più due aspetti s'impongono con evidenza riguardo a Steven Soderbergh: innanzitutto, la stretta continuità tematica, sotto la multiforme declinazione formale che le sue produzioni assumono di volta in volta, e, in secondo luogo, la riuscita del contorno più e meglio che del piatto principale.
Side Effects non fa differenza: simile per molti aspetti al precedente Contagion, anche ma non solo per l'utilizzo di Jude Law nella posizione di chi è costretto ad inventarsi mezzi non sempre leciti per il bene della verità (e dunque eroe ma non senza ombre, personaggio sempre un po' scomodo e ambiguo, specie in materia di insider trading), il film esordisce in maniera superbamente accattivante per poi non riuscire a mantenere lo stesso livello di interesse e adagiarsi su percorsi a dir poco scontati. Eppure non c'è dubbio che Soderbergh sappia dov'è la piaga e sappia come muovere il dito (ovvero la macchina da presa) al suo interno. Pochi come lui riescono ad avere una visione macro della società e micro del virus che circola in essa e sanno restituire entrambi i piani, magistralmente amalgamati, nel contesto di un film narrativo cosiddetto tradizionale. Pochi come lui, ancora, sanno assortire cast così oculati, anch'essi trasudanti uno spirito del tempo, in bilico tra aderenza allo show business e critica allo stesso.
Probabilmente, è proprio la formula narrativa obbligata a stare stretta al regista, sembra infatti che lui per primo perda interesse nella chiusura del film e si affidi per svolgere questo compito alla via più rodata, per quanto prevedibile. In fondo, ciò che gli premeva fare a quel punto l'ha già fatto, perché il suo è un cinema che pone le domande, che scandaglia le questioni, che -soprattutto- le approccia (spesso per primo) in termini squisitamente filmici.
Side Effects , da questo punto di vista, parla chiaro: non è il cinema che si fa giornalismo d'inchiesta, denunciando i complotti e gli affari dietro le cure del bene più fragile e insondabile, e cioè l'anima, ma, all'esatto contrario, è la perversione della società e della cronaca che si offre al cinema come occasione perfetta, sfaccettata ed intrigante quanto basta per costituire una sfida allettante per un regista come Soderbergh.


venerdì 17 maggio 2013

Teatro: Un amore di Swann




Un amore di Swann è un romanzo nel romanzo: la storia di un tormento, di un amore che diventa ossessione, malattia, rovina. Insieme ritratto di una società in via di disfacimento e analisi accorata ma anche spietata dei moti dell'animo e delle leggi dell'amore.
Un amore di Swann presenta anche un risvolto pirandelliano, il mistero della natura di ogni essere umano, sempre sfuggente: Odette, che appare a Swann come una donna quasi irraggiungibile, non è altro che una ex-prostituta: un tempo aveva battuto i marciapiedi di Nizza. Così, una storia apparentemente scontata, diventa il più moderno strumento di indagine su come un uomo possa rovinarsi per una donna "che non era neanche il mio tipo!".

L'impressione è si stare ascoltando un audiolibro. Testo raccontato più che recitato, ma gradevole.

venerdì 10 maggio 2013

Cinema : Miele




Liberamente tratto da "A nome tuo" di Mauro Covacich, l'esordio nel lungometraggio di Valeria Golino appartiene a quella categoria di rare pellicole che sanno andare a fondo in problematiche sociali volutamente rimosse attraverso il particolare di una storia privata. Opera severa, sofferta e spesso respingente, soprattutto nella prima parte, fornisce il ritratto di una trentenne che trova sacrosanto aiutare i malati terminali ad abbreviare un'agonia ormai opposta al concetto stesso di vita: che sia per motivi personali (la morte della madre malata) o per un'indipendente convinzione intima, entra per poco nella loro esistenza, li aiuta a morire per poi tornare a una routine di fugaci rapporti sessuali e allenamenti fisici. Contrapposta all'inerzia dei corpi dei malati è l'iperattività di una donna che vuole a tutti i costi sentire se stessa; attraverso pratiche sportive condotte fino allo sfinimento e musica sparata nelle orecchie, Irene cerca di togliersi la morte di dosso, assaporando per poco una vitalità che forse crede di non meritare. È l'incontro con Grimaldi, in questo senso, a mettere in crisi il suo fragile sistema interiore, perché in grado di spostare su un piano completamente diverso quella “responsabilità” che ha sempre sentito di avere nei confronti degli altri. Mediante scontri, avvicinamenti, differenze inconciliabili e inseguimenti emotivi, affiora tra la giovane donna e l'anziano ingegnere un rapporto di credibile e soffocata intesa che non rappresenta uno specchiarsi a vicenda quanto l'inizio di un nuovo cammino solo per lei. Servito da immagini secche eppure personali, Miele non fa mai vedere la morte – benché ne sia concettualmente intriso – mostrando un ammirevole pudore verso una tematica-tabù qual è quella dell'eutanasia. Sempre trattenuto, se si eccettua un finale forse troppo poetico, questo film duro e necessario può inoltre contare sull'ottima interpretazione di Jasmine Trinca, capace di darsi senza pudori all'innamorata macchina da presa di una regista che non ha dimenticato di essere anche un'attrice.

giovedì 9 maggio 2013

Ristorante: Vun


Il Ristorante VUN, premiato con una Stella Michelin, è un luogo piacevole per vivere una ricercata esperienza gastronomica in un ambiente di eleganza sobria e raffinata. Il Ristorante VUN è situato nel centro città di Milano, di fronte alla Galleria Vittorio Emanuele II, a due passi dal Teatro Alla Scala, Piazza Duomo, Via Montenapoleone e Via Della Spiga.

Il nome del Ristorante VUN, che in dialetto milanese significa "uno", è stato scelto per esprimere non solo lo stretto legame con la città ma anche l’ambizione di suscitare sensazioni ed emozioni per eccellere nella gastronomia milanese.






Il ristorante ha il difetto di tutti i ristoranti d'albergo, con la clientela non uniforme, con stranieri scaciati non consoni all'eleganza del locale.
Detto questo il posto è piacevole, il divanetto comodo, il personale cortese.
Il vino, un Greco di Tufo, veramente ottimo, il cibo non tutto spettacolare, ma senz'altro buono, su tutti l'antipasto ed il primo.