giovedì 28 agosto 2014

Fotografia: Salgado - Genesi

Le 245 immagini in bianco e nero suddivise in 5 sezioni compongono un viaggio unico alla scoperta del nostro pianeta. In mostra fino al 2 novembre
Un progetto iniziato nel 2003 e durato 10 anni, un canto d’amore per la terra e un monito per gli uomini, Genesi di Sebastião Salgado rappresenta un contributo importante a questo dibattito. Con 245 eccezionali immagini che compongono un itinerario fotografico  in un bianco e nero di grande incanto, la mostra racconta la rara bellezza del patrimonio unico e prezioso, di cui disponiamo: il nostro pianeta.

Genesi è suddivisa in cinque sezioni che ripercorrono le zone in cui Salgado ha realizzato le fotografie: Il Pianeta Sud, I Santuari della Natura, l’Africa, Il grande Nord, l’Amazzonia e il Pantanàl. Il percorso espositivo presenta una serie di fotografie (tra cui molte di paesaggio) realizzate con lo scopo di immortalare un mondo in cui natura ed esseri viventi vivono ancora in equilibrio con l’ambiente.

Una parte del suo lavoro è rivolto agli animali che sono impressi nel suo obiettivo attraverso un lungo lavoro di immedesimazione con i loro habitat. Salgado ha infatti vissuto nelle Galapagos tra tartarughe giganti, iguane e leoni marini, ha viaggiato tra le zebre e gli animali selvatici che attraversano il Kenya e la Tanzania rispondendo al richiamo annuale della natura alla migrazione.

Un’attenzione particolare è riservata anche alle popolazioni indigene ancora vergini: gli Yanomami e i Cayapó dell’Amazzonia brasiliana; i Pigmei delle foreste equatoriali del Congo settentrionale; i Boscimani del deserto del Kalahari in Sudafrica; le tribù Himba del deserto namibico e quelle più remote delle foreste della Nuova Guinea. Salgado ha trascorso diversi mesi con ognuno di questi gruppi per poter raccogliere una serie di fotografie che li mostrassero in totale armonia con gli elementi del proprio habitat.

Viaggio unico alla scoperta del nostro ambiente, l’ultimo progetto di Salgado rappresenta il tentativo, perfettamente riuscito, di realizzare un atlante antropologico del pianeta, ma è anche un grido di allarme e un monito affinché si cerchi di preservare queste zone ancora incontaminate, per far sì che, nel tempo che viviamo, sviluppo non sia sinonimo di distruzione.

Sebastião Ribeiro Salgado nasce nel 1944 ad Aimorés, nello stato di Minas Gerais, in Brasile. A 16 anni si trasferisce nella vicina Vitoria, dove finisce le scuole superiori e intraprende gli studi universitari. Nel 1967 sposa Lélia Deluiz Wanick. Dopo ulteriori studi a San Paolo, i due si trasferiscono prima a Parigi e quindi a Londra, dove Sebastião lavora come economista per l’Organizzazione Internazionale per il Caffè. Nel 1973 torna insieme alla moglie a Parigi per intraprendere la carriera di fotografo. Lavorando prima come freelance e poi per le agenzie fotografiche Sygma, Gamma e Magnum, per creare poi insieme a Lèlia la agenzia Amazonas Images, Sebastião viaggia molto, occupandosi prima degli indios e dei contadini dell’America Latina, quindi della carestia in Africa verso la metà degli anni Ottanta. Queste immagini confluiscono nei suoi primi libri. Tra il 1986 e il 2001 si dedica principalmente a due progetti. Prima documenta la fine della manodopera industriale su larga scala nel libro La mano dell’uomo, (Contrasto, 1994) e nelle mostre che ne accompagnano l’uscita (presentata in 7 diverse città  italiane). Quindi documenta l’umanità in movimento, non solo profughi e rifugiati, ma anche i migranti verso le immense megalopoli del Terzo mondo, in due libri di grande successo: In cammino e Ritratti di bambini in cammino. (Contrasto, 2000). Grandi mostre itineranti (A Roma alle Scuderie del Quirinale e poi a Milano all’Arengario di Palazzo Reale) accompagnano anche in questo caso l’uscita dei libri.


Lélia e Sebastião hanno creato nello stato di Minas Gerais in Brasile l’Instituto Terra che ha riconvertito alla foresta equatoriale - che era a rischio di sparizione - una larga area in cui sono stati piantati decine di migliaia di nuovi alberi e in cui la vita della natura è tornata a fluire. L’Instituto Terra è una delle più efficaci realizzazioni pratiche al mondo di rinnovamento del territorio naturale ed è diventata un centro molto importante per la vita culturale della città di Aimorès





Mostra lunga, troppo lunga. 245 foto non ti permettono di concentrarti su nessuna in particolare, ti riempiono la testa di sensazioni, ti frastornano. 

martedì 26 agosto 2014

Milonga: Milonga Loka


Ritorno alle danze dopo le vacanze.
Serata carina, con tante ballerine nuove.
Io però poco in forma, ballato proprio male e con poca fantasia.


domenica 24 agosto 2014

Cinema: Dragon Trainer 2



Impeccabile come cartone classico che conquista più di un'immagine affascinante

Nel villaggio di Berk ormai i draghi vivono in totale armonia con gli esseri umani, li aiutano e sono integrati perfettamente in tutte le funzioni del villaggio che è ora diventato prospero grazie a questa amicizia. Nelle sue esplorazioni Hiccup però si imbatte in un gruppo di cacciatori di draghi, scoprendo che esiste un rinnegato che sta radunando un esercito di bestie al suo servizio. Informato della cosa, il villaggio decide di dichiarargli guerra ma Hiccup è determinato a parlargli per convincere anche lui della bontà dei draghi. Nel farlo si imbatterà in un mondo e persone che credeva perdute e che si uniranno a lui nel grande ed inevitabile scontro finale.
Fedele al proprio titolo, Dragon Trainer 2 continua, sulle orme del primo, imbastendo un'altra storia di animalismo e superamento delle diffidenze come allegoria del superamento dei preconcetti verso gli esseri umani.
Questa volta con molta più enfasi e meno metafora sono infatti apertamente i ragazzi a guadagnare il rispetto (là dove nel primo film erano i draghi nei confronti delle persone e i figli sui padri). Sono i bambini e i più giovani gli unici in grado di salvare tutti e possono farlo proprio in virtù delle qualità precipue di disobbedienza e pensiero autonomo proprie della loro età.
Senza l'apporto fondamentale di Chris Sanders, rimane a dirigere e scrivere (o meglio adattare dalle storie di Cressida Cowell) il solo Dean DeBlois, da sempre sodale del maestro Sanders e con lui co-autore di piccoli capolavori di originalità prodotti tra le maglie del colosso dell'ordinario Disney come Lilo & Stitch, Mulan, nonchè del precedente Dragon Trainer. Il passaggio non è indolore però, Dragon Trainer 2 infatti è decisamente più convenzionale di quanto non fosse il primo (solo fintamente classico e decisamente più audace nelle sue scelte, non ultima la mutilazione del protagonista) ma riesce a centrare tutte le scene madre.
Come se si concentrasse unicamente nello sforzo di realizzare al meglio possibile lo svolgimento più tradizionale questo secondo Dragon Trainer non è un campione di pensiero divergente come i protagonisti che esalta ma più un buon soldato agli ordini del proprio padrone (come i villain che condanna). Esalta, quando gli eroi cavalcano verso la vittoria, e intimorisce nel metterli in difficoltà. Tuttavia, dal precedente film, eredita alcuni personaggi strani e peculiari come gli amici del protagonista ma li rende innocui, ammortizza la portata del fabbro-spalla comica e nella miglior tradizione entro la fine del film riesce ad accoppiare tutti i draghi ad un padrone (una delle più fastidiose leggi della buona forma a cui il cinema contemporaneo ha deciso di obbedire), in perfetto accordo con la legge di La carica dei 101, per la quale ad ogni padrone corrisponde un animale che gli somigli.
Anche la rinnovata presenza di Roger Deakins come consulente visivo, solo a tratti, sembra in grado di fare la differenza. Il geniale direttore della fotografia dei fratelli Coen (probabilmente il migliore in attività oggi ad Hollywood) aveva contribuito a dare a molti punti del primo film un impatto estetico solitamente sconosciuto all'animazione, sfruttando il bello per ottenere il sentimentale. In questo film accade (e a tratti) solo il primo effetto, tra le nuvole e nel fumo Dragon Trainer 2 conquista più di un'immagine affascinante (e debitrice a Miyazaki specie nella comparsa del nuovo personaggio), ma non c'è nessun lavoro di sponda con gli eventi o i personaggi. Bello e fine a se stesso.

a me è piaciuto specie dla punto di vista visivo e di cura dei dettagli


sabato 16 agosto 2014

Giro del Sassopiatto

Gita bella ma faticosa per via della lunghezza e delle salite poste verso la fine del giro.
Si puo benissimo tagliare prima (verso Monte Pana) per renderla accettabile

















martedì 22 luglio 2014

Milonga: Milonga Loka

il nome non mi piace, ma alla fine sempre della Comuna stiamo parlando.
La serata parte molto piano ma poi si anima il giusto.
Io un po stanco, non ballo sicuramente al meglio, ballo con sconosciute con non tanta fortuna, si migliora con le due ultime tande.
all'1 si torna a casa

sabato 19 luglio 2014

Cinema: Transformers 4

Parte sequel e parte reboot, il capitolo più ambizioso e concettuale della saga robotica per eccellenza


Cinque anni dopo i disastrosi eventi che hanno devastato Chicago, trasformandola in un campo di battaglia, la CIA ha segretamente deciso di mettere fine alla presenza dei Transformers sul suolo terrestre. Persino il leader degli Autobot, Optimus Prime, è costretto a nascondersi, almeno finché Cade Yeager, un inventore temerario ma sfortunato, finisce per ritrovarlo accidentalmente.
Può sembrare irriverente o provocatorio cercare tracce di un discorso meta-filmico nell'epopea robotica di Michael Bay, ma ripartire da una sala cinematografica in rovina, da un'immagine che dopo The Canyons di Paul Schrader è divenuta topos persistente, non è una scelta che appartiene al caso. Anche perché poco o niente appartiene al caso in un universo come quello di Michael Bay, guidato dalle esigenze commerciali o dall'ambizione di tenere saldamente in pugno il bisogno di cinema adrenalinico dei teenager. Persino gli scivoloni di sceneggiatura, sovrabbondanti nei 165 minuti di Transfomers 4, o gli accenni a derive filosofiche, che lasciano trapelare una cosmogonia dalle gerarchie ancora misteriose, sono perfettamente funzionali al procedere di una macchina che è mirabile anche nella sua imperfezione. Che deve inciampare, cadere a pezzi per poi ricomporsi, come Optimus Prime e i suoi Autobot, uniti nel masochistico tentativo di insegnare alla razza umana i valori che quest'ultima tende a dimenticare. Proprio Optimus ritorna sotto forma di rottame di una civiltà passata, nascosto nel luogo più sicuro perché più dimenticato: una sala cinematografica abbandonata, con locandine di western che rimandano a un'altra idea di America e di eroismo, sepolta dalla mediocrità che troppo spesso si accompagna al progresso. Il paradosso di un tentativo, per quanto abbozzato, di messaggio morale refrattario all'evoluzione tecnologica senza se e senza ma - apparentemente antitetico al concetto stesso alla base della saga Transformers - conduce Bay verso un'affascinante contraddizione, che sposta il focus dalla Trasformazione (ed Evoluzione, come sottolinea l'incipit che ancora una volta riscrive la storia, anzi la preistoria) alla Creazione, ovvero al non visibile, non comprensibile (e non filmabile) per eccellenza. A ciò che neanche la tecnologia più spinta e tridimensionale è in grado di spiegare. Gli umani dimenticano la materia di cui sono fatti nel tentativo di ricrearla, nel cinema come nella vita. Ma ci sono cose che non si possono conoscere né ricreare. Michael Bay affronta il mistero della creazione alla sua maniera, implicando che l'atto stesso di creare celi un sentimento egoista di possesso. È così per un padre troppo apprensivo e incapace di separarsi dalla figlia (antitesi del Willis di Armageddon), è così per un magnate geniale ma soffocato dalla hybris. E infine è così per quei misteriosi Creatori che, smarriti nell'immenso big picture del cosmo, finiscono per ignorare il dettaglio di vite e atti eroici come quelli di Optimus Prime e dei suoi nuovi amici umani. Il nucleo di Transformers 4 e il suo significato ultimo stanno qui, nell'unica evoluzione possibile dopo l'audacia iconoclasta del terzo eccellente episodio della saga.
Spiace che Bay si trovi costretto a nascondere il senso profondo dell'opera nel confortevole inganno della consuetudine, fatta di macchine iperveloci, ragazze succinte e patriottismi quasi macchiettistici, ma è parte del gioco e lo si accetta per questo. Come Steven Spielberg, di cui Bay rappresenta l'immagine rozza e meno elegante ma in fondo speculare, il regista di Pearl Harbor sa che è la coniugazione di entertainment e slancio concettuale, per quanto le percentuali siano diseguali, a rappresentare la forza del miglior blockbuster a stelle e strisce. Le citazioni colte restano, rivolgendosi forse a pochi, così come l'uso mirabilmente cinefilo di Hong Kong e delle sue location naturali, sfruttate attraverso duelli sviluppati verticalmente, tra balconi e condizionatori in caduta libera. Ma anche muoversi su più livelli di lettura e di target significa astuzia di marketing, al pari di dedicare pretestuosamente alla Cina e al suo crescente mercato una fetta consistente dell'opera: ma per Bay esigenze di business e di ricerca artistica, ancora una volta, non costituiscono un ossimoro.